Paesaggi in espansione: Pittura dopo il Postmodernismo
Expanding Landscapes: Articulating Metamodernity in Painting after Land Art di Rebecca Partridge propone che la pittura contemporanea stia attraversando un cambiamento culturale sottile ma significativo. Collocato tra lo scetticismo postmoderno e un rinnovato desiderio di profondità, incarnazione e cura ecologica, il saggio di Partridge inserisce la pittura di paesaggio contemporanea nel discorso in evoluzione del metamodernismo.
Al centro dell’articolo vi è una diagnosi precisa: il postmodernismo, pur nella sua rigorosa lucidità critica, ha lasciato la pittura in uno stato di distanza ironica. La svolta linguistica, la decostruzione semiotica e il sospetto verso la sincerità hanno reso la pittura di paesaggio intellettualmente legittima solo quando mediata dall’ironia, dal pastiche o da un distacco concettuale. L’analisi di Gerhard Richter ed Ed Ruscha esemplifica questa condizione: il paesaggio svuotato di trascendenza, privato della sua carica spirituale, ricondotto a simulacro o costruzione culturale.
Tuttavia, questa vittoria intellettuale ha avuto un prezzo. Lo smantellamento postmoderno delle grandi narrazioni e della profondità soggettiva ha marginalizzato anche l’esperienza incarnata, l’affettività e l’intimità ecologica. Il paesaggio è diventato un territorio sospetto — intrecciato a mitologie coloniali, patriarcali e romantiche. Partridge non rifiuta questa critica; piuttosto, si chiede cosa possa venire dopo.
La risposta emerge attraverso il metamodernismo, inteso non come una rottura netta, ma come un’oscillazione — un movimento tra ironia e sincerità, decostruzione e ricostruzione, critica e cura. Riprendendo la nozione di oscillazione elaborata da Timotheus Vermeulen e Robin van den Akker, e ampliandola in modo significativo attraverso la prospettiva decoloniale di Moyo Okediji, Partridge presenta il metamodernismo come un quadro teorico capace di sostenere la contraddizione senza scivolare nel relativismo.
Questa espansione rappresenta uno dei gesti più convincenti del saggio. Integrando il concetto di “semioptica” di Okediji, radicato nell’estetica yoruba, e l’idea di ibridità diasporica, Partridge complica l’impostazione prevalentemente euro-americana del discorso metamoderno. La critica alla semiotica postmoderna come possibile forma di colonialismo intellettuale è particolarmente incisiva: se il postmodernismo ha decostruito la metafisica, ha anche rischiato di escludere altre epistemologie fondate su modalità incarnate, pre-linguistiche e non occidentali del conoscere.
Su questo sfondo teorico, Partridge si rivolge alla Land Art. Propone che artisti come Nancy Holt, Agnes Denes e Robert Smithson possano essere considerati proto-metamoderni. Pur operando entro cornici concettuali, essi hanno posto al centro l’immersione corporea, la temporalità e il processo materiale. La Land Art oscillava tra testo e territorio, tra lettura simbolica ed esperienza vissuta. Reintroduceva sincerità e presenza ecologica senza rinunciare alla consapevolezza critica.
I passaggi più vividi dell’articolo emergono nell’analisi dei pittori contemporanei che proseguono questa eredità. Artiste come Onya McCausland e Tanoa Sasraku trasformano letteralmente il paesaggio in pigmento, annullando la distanza tra rappresentazione e presenza materiale. La terra diventa colore; la geologia diventa superficie. Le opere illustrate nell’articolo — in particolare quelle che utilizzano ocre raccolte sul territorio e pigmenti derivati da sedimenti — incarnano una logica metamoderna: una pittura non semplicemente sul paesaggio, ma con esso e a partire da esso.
Le tele “tidali” di Jessica Warboys, le astrazioni ritmiche di Fred Sorrell e le siepi immersive di Hannah Brown testimoniano analogamente questa svolta verso l’esterno. Ciò che unisce pratiche così diverse non è una coerenza stilistica, ma un’attitudine — la disponibilità a rischiare la sincerità, a confrontarsi direttamente con il luogo, a trattare il paesaggio non come un genere esaurito, ma come un campo etico.
Partridge sottolinea con attenzione che non si tratta di un ritorno ingenuo al romanticismo. È piuttosto un riavvicinamento negoziato — consapevole della storia coloniale del paesaggio, ma orientato verso modalità di relazione più compassionevoli ed ecologiche. La pittura, suggerisce, è particolarmente adatta a coltivare questa forma di attenzione: richiede durata, resiste alla pura circolazione digitale, insiste sulla superficie, sulla materia, sulla presenza.
Se vi è una tensione nel saggio, risiede nel suo ottimismo. Il metamodernismo viene presentato come un discorso-ponte promettente, capace di riconciliare la frammentazione senza ricadere nel dogma. Resta aperta la questione se tale cornice possa mantenere il proprio pluralismo senza irrigidirsi in un nuovo paradigma. E tuttavia, forse proprio questa apertura — questo rifiuto della chiusura — ne costituisce la forza.
In definitiva, Expanding Landscapes sostiene che la pittura contemporanea non si accontenta più di restare a distanza ironica dal mondo. Cerca invece di rientrarvi — corporalmente, materialmente, eticamente. In un’epoca segnata dalla precarietà ecologica e dalla frattura epistemologica, Partridge suggerisce che la pittura di paesaggio possa tornare a essere un luogo di profondità, cura e orientamento condiviso.
Non si tratta di una fuga nostalgica, ma di una pittura dopo il postmodernismo: criticamente informata, storicamente consapevole, e tuttavia non più timorosa del sentimento.
Leggi l’articolo completo sul sito di Journal of Contemporary Painting:
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