L’eccesso della modernità e le socialità trans abolizioniste

Aqdas Aftab

Atmospheres of Violence: Structuring Antagonisms and the Trans/Queer Ungovernable

Eric A. Stanley
Durham, North Carolina: Duke University Press, 2021, 200 pp.

Modernitys_Overkill_and_Aboliti…

Sono passati due anni da quando le immagini dei corpi smembrati dei palestinesi uccisi hanno iniziato a invadere la coscienza collettiva negli Stati Uniti. Eppure, nonostante l’organizzazione di massa e gli arresti di massa operati dallo stato di sicurezza statunitense genocida a partire dall’ottobre 2023, molti di noi hanno continuato a svolgere atti quotidiani che mantengono in funzione il mondo sociale: andare al lavoro, partecipare a riunioni, sedere in commissioni per la diversità, l’equità e l’inclusione, e tornare a casa per guardare in televisione una rappresentazione solo lievemente “migliore” delle persone trans.

In questi tempi neoliberali distopici, in cui nell’impero il clima è al contempo saturo di emergenza affettiva e di banalità liberale, Atmospheres of Violence di Eric A. Stanley offre una teorizzazione urgente e lucida di come la non-libertà della democrazia statunitense spettacolarizzi, privatizzi e normalizzi simultaneamente la violenza razzializzata. Il libro ci ricorda che la persistente violenza coloniale di insediamento israeliana, finanziata dagli Stati Uniti, a Gaza negli ultimi due anni non è affatto un’anomalia storica: una violenza razzializzata così devastante, al tempo stesso globale e americana, è inscritta nelle fondamenta stesse della modernità occidentale.

Atmospheres of Violence propone un’analisi abolizionista della violenza razzializzata che assedia le persone trans e queer — la stessa atmosfera che sta uccidendo i palestinesi sotto occupazione. Il collegamento che qui traccio tra la violenza anti-trans, oggetto del libro, e la violenza genocida che bombarda Gaza è ispirato dal metodo e dall’archivio mobilitati da Stanley. Il testo ci invita a esaminare i molteplici atti di violenza dello Stato liberale come vaste atmosfere generate e sostenute dalla colonialità.

Secondo Stanley, la violenza anti-trans/queer non è composta da atti di terrore isolati e distribuiti globalmente; essa è invece costituita dalla violenza coloniale di insediamento e anti-nera dell’impero statunitense. Opera come una “forza epistemica” che regola, controlla e uccide gli altri della modernità occidentale, ponendo la bianchezza come emblema della vita umana. È per questo che gli atti di violenza anti-trans non devono essere concettualizzati come episodi privatizzati e antidemocratici, ma come tattiche umaniste liberali che rendono alcuni corpi trans/queer (bianchi) degni di inclusione, mentre eliminano brutalmente i loro altri razzializzati.

Nel primo capitolo, ad esempio, Stanley analizza un poster del collettivo Gay Shame che accosta due atti di violenza apparentemente non correlati: l’omicidio di Gwen Araujo, una donna trans latina di diciassette anni uccisa a causa della sua identità di genere, e quello di Jihad Alim Akbar, una persona queer nera percepita come musulmana omofoba e minacciosa dallo Stato di sicurezza. La commemorazione collettiva di queste violenze mostra come lo Stato metta in atto un “overkill” per eliminare qualsiasi possibilità che possa destabilizzare la definizione coloniale dell’umano, ciò che Sylvia Wynter chiama Man.

Allo stesso modo, il secondo capitolo analizza le narrazioni culturali della strage del Pulse del 2016 e le politiche delle banche del sangue per mostrare come i discorsi democratici costruiscano l’Altro musulmano straniero come una minaccia per un “noi” americano inclusivo delle persone LGBT. L’analisi di Stanley non riguarda tanto le persone che si auto-identificano come trans o queer (sebbene molte delle loro interlocutrici e interlocutori lo facciano), quanto piuttosto la violenza razzializzata e di genere che colpisce chi mette in discussione la modernità bianca e cis. Per questo motivo, la distinzione tra queer e trans, spesso fondata sull’auto-identificazione, si dissolve all’interno dell’atmosfera della colonialità.

Stanley ci invita a prestare attenzione alla totalità materiale e affettiva della colonialità/modernità che regola i soggetti razzializzati e non conformi al genere al fine di porre fine alla possibilità trans/queer. L’archivio del libro, come le atmosfere che analizza, è vasto e devastante: include narrazioni di filmati di videosorveglianza, discorsi mediatici, le parole di Miss Major, arte politica e performativa, film e serie video, fino a una lettera di addio lasciata da un* adolescente trans prima del suicidio.

Questo archivio consente a Stanley di sostenere che la modernità occidentale non solo uccide, ma limita anche epistemologicamente il modo in cui le persone trans e queer possono rivendicare la libertà. Il termine atmosfere — dal greco atmos (“vapore”) e sphaira (“globo”) — indica l’impossibilità di vivere al di fuori di quella “densa coltre di nebbia che ci permette di conoscere ben poco altro” (16).

Sebbene avrei desiderato un maggiore coinvolgimento con la dimensione planetaria (sphaira) delle atmosfere, è possibile estendere il quadro teorico di Stanley per comprendere come l’umanesimo liberale regoli luoghi e soggetti non solo nel cuore dell’impero, ma anche nel Sud globale. Non nonostante, ma attraverso le sue promesse di uguaglianza, la colonialità/modernità — riflessa nello Stato liberale e in istituzioni internazionali come le Nazioni Unite — garantisce violenza contro le persone trans e queer più vulnerabili nel mondo.

Oltre a essere uno studio approfondito sulle modalità insidiose della violenza statale, Atmospheres of Violence è una potente speculazione su come praticare un “worlding dirompente” (7) per favorire interdipendenze trans/queer al di fuori della logica di Man. Dialogando con Frantz Fanon sulla necessità della violenza nella decolonizzazione, Stanley non privilegia il pacifismo come risposta alla violenza: l’abolizionismo, dopotutto, non è un progetto pacifista. Smantellare Man richiede una distruzione tanto epistemologica quanto materiale delle strutture che producono la violenza anti-trans/queer.

Sulla scia dell’epistemologia abolizionista sviluppata da studiose femministe nere come Angela Davis, Stanley sottolinea la possibilità di disinvestire dalla modernità occidentale. Nel terzo capitolo, ad esempio, critica le attuali spinte verso la “rappresentazione positiva” delle persone trans, proponendo invece modelli come il film Happy Birthday, Marsha! (2018) di Tourmaline e Sasha Wortzel, che abbracciano l’opacità anziché la visibilità.

L’impegno di Stanley verso l’opacità emerge anche nel rifiuto di riprodurre immagini visive della violenza, optando invece per la narrazione. Pur riconoscendo che anche la narrazione può evocare immagini pornotropiche, Stanley ammette l’imperfezione del metodo, sostenendo tuttavia che distogliere lo sguardo dalla violenza perpetua anch’esso il danno.

Il quarto capitolo estende le idee di opacità e ingovernabilità mostrando come persone trans come Ashley Diamond e Seth Walsh — non semplici casi di studio, ma interlocutrici e interlocutori attivi — traccino possibilità ontologiche collettive contro e al di fuori di Man, diventando così ingovernabili. Il libro è, in ultima analisi, una celebrazione delle “socialità insorgenti” (109) create da soggetti trans ingovernabili.

Nonostante la durezza dei temi affrontati, Atmospheres of Violence inizia e si conclude con una speculazione carica di speranza. Inquadrando l’argomentazione nei sogni radicali di libertà di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera — il sogno di attraversare il fiume Giordano, nome attribuito al fiume Hudson come promessa di un “altrove” — Stanley dimostra un impegno profondo nell’immaginare sperimentalmente socialità interdipendenti contro e oltre la modernità occidentale.

Sebbene il colonialismo di insediamento — in Nord America come in Palestina — garantisca che le persone trans e queer non possano respirare facilmente in un’atmosfera assassina, Stanley celebra la possibilità di allontanarsi lentamente da questa atmosfera e avvicinarsi a un (non)luogo abolizionista, sottratto allo sguardo sorvegliante dello Stato di sicurezza, alla forza epistemologica del capitalismo razziale e alle promesse liberali di libertà individuale. Non sappiamo che forma abbia questo (non)luogo, ma le delicate interlocuzioni di Stanley con figure come Marsha ci avvicinano un po’ di più al sentire e al raggiungere il nostro altrove ingovernabile.

Nota sull’autrice della recensione

Aqdas Aftab è professoressa associata di letteratura presso la Loyola University Chicago. Si occupa di letterature del Sud globale e teoria trans. I suoi lavori sono apparsi, tra le altre sedi, in ARIEL: A Review of International English Literature, Queer Kinship: Race, Sex, Belonging, Form e The Routledge Handbook of Trans Literature. Sta lavorando a un libro intitolato Worlding Within: Trans Speculations beyond the Human ed è cofondatrice del Transform Gender Collective, un collettivo di giustizia trasformativa per persone transmaschili BIPOC.

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